giovedì 21 dicembre 2017

I freni in carbonio sul bagnato

Partendo dall’analisi del Gran Premio del Giappone, Brembo spiega l’evoluzione tecnica dei suoi impianti frenanti in carbonio nella MotoGP.
Attraverso il suo sito, Brembo spiega l’evoluzione dei dischi di carbonio impiegati nella MotoGP e il loro utilizzo anche in condizioni di bagnato, cosa impensabile fino a qualche anno fa. In effetti si tratta dii una vera e propria svolta epocale che ha toccato il suo apice nell’ultimo Gran Premio del Giappone dove ben 13 dei 15 piloti a punti (compresi i primi tre) hanno utilizzato freni in carbonio nonostante la corsa si sia svolta sotto la pioggia, con una temperatura dell’aria mai superiore ai 14 gradi e con quella dell’asfalto di 15.
Nel Gran Premio del Giappone almeno una moto di ogni costruttore impegnato nel motomondiale (Yamaha, Honda, Ducati, Aprilia, Suzuki e KTM) montava i freni in carbonio della Brembo dimostrando la validità del prodotto, anche con la pioggia, a prescindere dalle caratteristiche dei singoli mezzi. In sintesi fino a qualche tempo fa i piloti della MotoGP, nel caso di una corsa sotto la pioggia, montavano coperture rain e dischi freno in acciaio dal momento che le temperature avrebbero impedito il buon funzionamento di quelli in carbonio. Questi ultimi, infatti, per garantire un buon coefficiente d’attrito devono raggiungere almeno i 250 gradi centigradi. I dischi d’acciaio garantiscono una buona efficacia in presenza di temperature d’esercizio più basse ma dato il peso maggiore rispetto agli omologhi in carbonio, peggiorano il comportamento dinamico della moto. Ciò comporta che la diminuzione delle masse non sospese assicurata dai dischi in carbonio influenza il comportamento delle sospensioni poiché le ruote aderiscono meglio all’asfalto e questo si traduce in una migliore guidabilità e nella possibilità di scaricare a terra una maggiore potenza. A titolo esemplificativo durante il Gran Premio d’Olanda del 2016 iniziato sotto la pioggia e concluso sull’asciutto, Danilo Petrucci (partito con i dischi d’acciaio) fece segnare il miglior crono in gara in 1’48’’339 cioè ben 14’’722 secondi in più rispetto al record sull’asciutto ovvero 15,7 per cento di tempo in più in un singolo giro. Da ciò si capisce come un particolare come il materiale dei dischi dei freni possa incidere sulla guida e fare la differenza tra la vittoria e un piazzamento. Ma non è finita qui. Infatti per funzionare perfettamente il carbonio richiede molta perizia perché nei primissimi giri di gara la sua temperatura è inferiore al valore ideale. Per ovviare a questo problema temporaneo il pilota deve anticipare il ricorso ai freni, pinzando alcuni metri prima del normale per innalzare le temperature così da superare i 250 gradi e stabilizzare il coefficiente d’attrito. L’acciaio invece soffre le alte temperature e nel finale di gara rischia di portare all’incostanza della leva del freno. Sul bagnato il carbonio non risente di problemi di coppia residua che invece possono affliggere i dischi in acciaio e la fase di rilascio è più repentina garantendo quell’assenza di drag cercata dai piloti. In altre parole, esaurita la frenata, con i dischi in carbonio la ruota è subito libera a beneficio della guidabilità. Quest’evoluzione è stata resa possibile sia dalla continua ricerca e dalla mole di dati acquisiti dalla Brembo, sia dall’incremento di potenza delle moto, dal perfezionamento degli pneumatici e dalle coperture in carbonio realizzate dai Team per mantenere in temperatura i dischi in caso di pioggia. Ecco spiegato il motivo per cui il Gran Premio del Giappone può essere considerata una pietra miliare nel percorso d’avanzamento tecnologico degli impianti frenanti. 



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