lunedì 10 aprile 2017

SBK, SSP 600 E SSP300

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE
Dopo tre round disputati si possono già trarre alcune conclusioni sui campionati delle derivate di serie? Assolutamente si, e a ben guardare alcune potevano essere già fatte anche prima. Iniziamo subito dalla classe regina, la Superbike, in evidente affanno di ascolti. I regolamenti che volevano livellare le prestazioni e limitare le aree d’intervento per tornare allo spirito “di serie” della categoria, non hanno sortito gli effetti sperati.
Difficilmente un privato potrà comprare una supersportiva in concessionaria, montare due gomme nuove e vincere una gara come invece accadeva in passato. Le moto che corrono e vincono sono quelle ufficiali esattamente come i piloti che si contendono la vittoria delle singole gare e del campionato. Inoltre la regola dell’inversione parziale della griglia dal sabato alla domenica, scritta per aumentare lo spettacolo e per ridimensionare per quanto possibile monopolio Kawasaki/Rea degli ultimi due anni, si è rivelata, almeno sotto quest’aspetto, poco utile. Rea e Davies sono i piloti che, salvo imprevisti, si giocheranno gare e mondiale fino alla fine; e come ci ha insegnato gara 2 di Aragon, che partano dalla pole o dalla terza fila poco importa. L’unica novità è la presenza di comprimari che vengono inquadrati per più tempo…quanto meno fino a quando vengono raggiunti e superati dai big. Forse serve un atto di coraggio più estremo e ridurre ancora di più gl’interventi sui motori per esaltare le caratteristiche ora del due ora del quattro rendendo potenzialmente appetibile la partecipazione anche ai tre cilindri. D’altronde Yamaha sta dimostrando di credere nel progetto Superbike e i primi risultati stanno arrivando; quindi perché non “stuzzicarla” invogliandola a sfruttare il tricilindrico che hanno in casa? Stesso discorso per Honda che quest’anno ha portato in pista la nuova CBR 1000 ma che sotto sotto sta già preparando (esattamente come Ducati) una nuova V4. L’eterogeneità tecnica con relative caratteristiche preponderanti, potrebbe essere un modo più naturale per garantire lo spettacolo in pista. Discorso diverso per la Supersport 600 dove il rimescolamento di piloti e team, l’assenza forzata nelle prime gare del mattatore della categoria Sofouglu e le condizioni meteo particolari, hanno dato vita a exploit piacevoli quanto inattesi. In questo frangente la casa che ha più colpito è stata la Yamaha che ha colto già la prima vittoria con la nuova R6 e che potrebbe davvero essere una valida alternativa all’ormai anziana CBR e alla Kawasaki campione del mondo in carica. MV Agusta pur risultando molto veloce appare ancora fragile e questo può fare la differenza per chi punta al titolo (il 2016 di Cluzel è emblematico). Infine la Supersport 300 che ha debuttato proprio ad Aragon. La classe cadetta, sebbene permetta la presenza di costruttori e relative motorizzazioni con cilindrate e frazionamenti diversi (teoricamente livellati nelle prestazioni da zavorre et similia), ha ricordato a tratti l’ex 125 con gruppetti in lotta sul filo della traiettoria migliore. La 300 deve essere guidata sempre al massimo e con estrema pulizia; una divagazione sullo sporco o sul cordolo comporta una perdita di velocità difficilmente recuperabile. E’ davvero una classe propedeutica? Probabilmente si e la bagarre e lo spettacolo, almeno per il momento, sembrano essere garantiti. Ma siamo certi che in poco tempo nasceranno mezzi sempre più specifici ed estremi, magari sotto forma di versioni “trofeo” o limited edition, e la vittoria sarà sempre più legata alla classica innovazione tecnologica (chi di voi ricorda le vecchie 125 da GP che montavano il doppio disco anteriore per aumentare la maneggevolezza e ridurre l’effetto raddrizzante in frenata?). L’aspetto positivo è che invoglia vecchi e nuovi costruttori a investire ed entrare nel campionato delle derivate di serie; che sia proprio la nuova classe 300 il salvagente che ci si aspettava?